Verso il 28/11: “Uccidere il maschio” – Rieducazione della mascolinità

La rieducazione della mascolinità è uno degli strumenti della rivoluzione delle mentalità, per costruire un mondo davvero libero dalla schiavitù e sottomissione delle donne.

Un passaggio su cui è importante che tutte – e tutti – riflettiamo, al di là degli stolti (e paraculi!) che vanno incensando la lotta delle donne kurde contro il patriarcato, per poi aggiungere che da noi questo problema del dominio patriarcale non c’è.
Certo, qui non c’è quel patriarcato ibrido tra il feudale e il capitalistico, ma comprendere come in occidente il patriarcato si declini nel capitalismo e come il capitalismo poggi sul patriarcato millenario sarebbe già un primo, piccolo passo.

Proponiamo, in questo post, il bel documentario di Stefano Savona Primavera in Kurdistan (2006) che, dal minuto 19.23 al 28.32, ci porta nel cuore della lotta delle donne, in una splendida valle in cui vivono le combattenti del PJA (Partito delle donne libere) – poi PAJK (Partito della Libertà delle Donne in Kurdistan).

In un’intervista Sakine Cansiz (hevala Sara), che compare anche in questo documentario, spiegava:
L’inizio è stata l’organizzazione come unione delle donne YAJK. A quel tempo, nell’ambito dell’ideologia della liberazione delle donne, discutevamo sulla possibilità di costruire un partito. L’ampiezza del lavoro e dell’organizzazione, sia in campo militare, politico o organizzativo, aveva raggiunto un livello per cui definirlo con un nome come “unione” sarebbe stato restrittivo e avrebbe dato l’idea di una sezione femminile del PKK. Trovavamo giusto costruire su questo una nostra identità politica in modo molto più forte. Anche se avevamo sempre critiche rispetto al modello classico di partito, alla fine anche come movimento delle donne abbiamo deciso di fondare un partito delle donne. Tenevamo alla serietà che c’era dietro a questo progetto di organizzarsi in modo autonomo, di formare propri quadri e di portare avanti l’organizzazione della società.
Sul nome all’epoca sono state fatte anche delle discussioni. La lotta del PKK – ovvero dei lavoratori del Kurdistan – era quello che intendevamo come nostra eredità e nostro punto di partenza. Questo quindi si rispecchiava anche nel nome – PJKK – partito delle lavoratrici del Kurdistan. Questo nome esprimeva la comunanza tra la contraddizione di genere e quella di classe e la questione nazionale. Nella fase successiva ci sono state ulteriori discussioni ideologiche sul concetto di classe, su come lo si riempie o anche sulla prospettiva universale della lotta di liberazione delle donne. Quindi nel terzo congresso si è deciso di cambiare il nome nel contesto di questo dibattito. Anche se abbiamo rinunciato al termine lavoratrici, questo non vuol dire che non continuiamo a ritenere necessaria la lotta di classe. Ma pensiamo sia importante ampliare il concetto. Non potevamo limitare la categoria donne al concetto classico di lavoratrici. Era importante invece mettere la contraddizione di genere al centro della lotta. In questo contesto è avvenuto il cambiamento di nome in PJA – partito delle donne libere.
Anche da parte della gente e dai compagni ci veniva sempre posta la domanda: ma che state facendo, perché cambiate continuamente nome? Ma in effetti si tratta di qualcosa che si è sviluppata dai nostri processi interni. Sentiamo l’esigenza di dare anche un nome ad un nuovo stadio di sviluppo della nostra lotta. Contrariamente al PJA, che allo stesso tempo era anche organizzazione popolare, abbiamo deciso di organizzare la PAJK come partito ideologico di quadri. Perché c’era in particolare la necessità di portare avanti la formazione di quadri e di organizzare i vari settori in modo più autonomo nell’ambito del sistema confederale. In parallelo è stata rafforzata l’organizzazione e l’iniziativa autonoma delle donne nei settori civili.
Un ulteriore punto di discussione era il concetto “donna libera”, che è presente nel nome PJA. Su questo ci sono stati dibattiti, perché è un nome molto ideale e nessuna di noi può dire di essere già una donna libera. Si tratta invece del fatto di essere determinate come donne e di lottare per la liberazione. Per questo c’è stata una nuova riflessione e discussione e così è nato il nome attuale del partito delle donne PAJK – Partito della Libertà delle Donne in Kurdistan.

Interessanti i termini dell’autocritica di Abdullah Öcalan, in un messaggio alle Donne libere che viene letto nel documentario e che trascriviamo qui:
Organizzatevi bene contro di noi e anche contro di me. Rispetto a una donna libera io non sono che un quarto di uomo. Ma che ci posso fare? Alla mia età è tardi per cambiare. Questa è la realtà del vostro Presidente. Gli uomini sono solo asini in calore, sono signori feudali in disarmo. Questi uomini credono che bastonare la donna sia un loro sacrosanto diritto. L’uomo è rozzo, molto rozzo; anche al migliore degli uomini puzza l’alito. L’uomo non va al di là del suo istinto. Ma allora cosa volete farci voi donne di un uomo così?

Non si sentano esenti dalla necessità dell’autocritica quegli uomini che sabato 28 parteciperanno al corteo di Milano! Una camminata non basta: va distrutta una mentalità radicata nel profondo, se ci si vuole davvero dire rivoluzionari.

Buona visione

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